La questione della riabilitazione nella demenza rappresenta un problema di particolare interesse nelle società dei paesi più sviluppati, in cui i miglioramenti legati allo stile di vita e alla qualità delle cure mediche hanno determinato un progressivo allungamento della vita media. Assistiamo ad un aumento del numero degli individui che si trova nella fascia più anziana della popolazione.

Aumenta, di conseguenza, anche l’incidenza delle malattie degenerative legate all’età.

Attualmente, oltre un milione di italiani convive con Disturbi Cognitivi Maggiori (demenza).

Superati i 65 anni di età, il rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo raddoppia ogni quattro anni.

La demenza ha un impatto sia sull’aspetto cognitivo, con l’indebolirsi della memoria, della capacità di ragionamento e del linguaggio, sia sull’aspetto emotivo, comportamentale e funzionale. Ne deriva una marcata compromissione dell’autonomia.

Tutto ciò va a colpire una persona con tutto il bagaglio che si porta dietro: la sua personalità, il suo vissuto, il suo contesto familiare. Due persone con la stessa diagnosi di demenza, per questo motivo, possono avere forme e manifestazioni totalmente diverse.

Oggigiorno, vi è una crescente richiesta di riabilitazione nella demenza e per i disturbi delle funzioni cognitive, affettive, emozionali e comportamentali che questa comporta.

Una preliminare valutazione neuropsicologica è il passaggio più importante per poter impostare il corretto trattamento.

L’esame deve approfondire il funzionamento sia della memoria che di tutte le altre funzioni cognitive, come l’attenzione, il linguaggio o il ragionamento.

Solo in tal modo, l’intervento può essere disegnato su misura sulla persona, definendo sia le difficoltà, sia le abilità residue e i punti di forza.

La riabilitazione neuropsicologica fonda i suoi assunti teorici sul concetto di plasticità cerebrale, ovvero sulla capacità del cervello di modificarsi e ristrutturarsi in risposta all’ambiente e ai nuovi stimoli.

Mira a potenziare le risorse cognitive residue e a sviluppare nuove abilità e strategie compensatorie.

Stimolazione cognitiva o Training cognitivo?

Il processo progressivo e graduale della demenza lascia spazio ad un intervento come la stimolazione cognitiva: un allenamento mentale con esercizi di ri-attivazione o di potenziamento cognitivo. È un intervento non farmacologico, ed è particolarmente indicato nella fase lieve e moderata della demenza.

Una serie di evidenze scientifiche supportano sempre più l’utilità e la rilevanza della riabilitazione cognitiva nella gestione del paziente con demenza (Clare e Woods, 2001), e l’evidenza che questa vada a migliorare la qualità della vita sia del paziente, sia dei loro familiari (Olazaràn et al., 2010).

L’approccio riabilitativo è progettato individualmente sulla singola persona, prevedendo anche un intervento sul caregiver e sull’ambiente. In questo modo, gli effetti positivi della stimolazione cognitiva si osservano non solo sul paziente, ma anche sul caregiver che sarà più preparato sulla gestione del suo caro.

Gli obiettivi della stimolazione cognitiva sono principalmente due:

  • Favorire l’uso e il mantenimento delle funzioni cognitive preservate con il potenziamento cognitivo;
  • Promuovere esperienze gratificanti che sostengano l’autostima e l’immagine personale tramite un intervento di tipo emotivo-comportamentale.

Si andrà quindi a progettare l’intervento di stimolazione cognitiva, definendo gli obiettivi e le attività previste per il raggiungimento di tali obiettivi, le persone da coinvolgere, la metodologia da adottare e i tempi previsti.

L’esempio più diffuso e utilizzato di tecnica di stimolazione cognitiva, è la Reality Orientation Therapy o ROT (Taulbee, 1984; Zanetti et al., 2005).

La ROT si pone come obiettivo quello di riorientare il paziente rispetto a se stesso, alla propria storia e all’ambiente circostante. Attraverso delle ripetute stimolazioni, che siano verbali o visive, si rafforzano le informazioni di base del paziente rispetto alle coordinate spazio-temporali e alla storia personale.

Si articola in 14 sessioni strutturate, ognuna caratterizzata da un tema (ad esempio, l’uso del denaro, la lettura e commento di notizie, i giochi di parole).

Dall’altra parte invece, il training cognitivo mira ad esercitare le funzioni cognitive attraverso l’uso di compiti specifici. Si basa sulla pratica ripetuta di specifiche abilità, guidando il cervello nella riorganizzazione delle funzioni andando a rinforzare le abilità preservate e a compensare quelle perse.

Il training cognitivo consiste in esercizi guidati appositamente disegnati per stimolare specifiche funzioni cognitive: ci saranno quindi esercizi per l’apprendimento di materiale verbale o visivo, esercizi per la memoria, per l’attenzione, per il problem-solving e così via.

È stato dimostrato come anche solo un ciclo di traning cognitivo di 20 incontri, permetta di ottenere una riorganizzazione dei network cerebrali dovuta all’utilizzo di strategie cognitive compensatorie.

Effettuare compiti specifici per le abilità cognitive aiuterebbe a rallentare il deterioramento con maggior efficacia, perché richiede una partecipazione attiva del paziente nell’utilizzo delle abilità richieste.

Qualunque sia il tipo di trattamento scelto, l’obiettivo è sempre quello di rallentare la perdita delle funzioni cognitive e di migliorare la qualità di vita della persona con demenza e di chi le sta attorno; nel caso della demenza vale il detto “Nessun progresso, è un progresso!